ADHD, il problema del deficit di attenzione e l’iperattività

Umberto Nizzoli

Sono sempre di più i bambini irrequieti, impulsivi, discontrollati. E sempre di più vengono certificate queste condotte “turbolente” con la diagnosi di ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Sembra che ci sia una epidemia di ADHD. Una ricerca condotta da APA (2025) ha evidenziato che la parola di ricerca più usata inserita su TikTok è, appunto, ADHD. Nel mondo c’è una grande curiosità sull’ADHD. Ne parlano spesso le persone che si definiscono affette da questo male; diventano degli influencer raccontando di sé. Spesso fanno disinformazione, spaventano o divertono; raramente danno informazioni che abbiano un po’ di evidenza scientifica.

Ma allora la scienza cosa dice?

Diversamente da come le persone si aspetterebbero, la scienza dice cose anche differenti. La scienza è ricerca permanente, tentativo di trovare una spiegazione migliore rispetto a quella prevalente. Il vero scienziato è, ontologicamente un rivoluzionario, studia e cerca le prove per sovvertire il pensiero prevalente. Non fosse così, saremmo rimasti

all’età della pietra. L’importante è che le sue osservazioni, la scienza, le basi su dati concreti, verificabili e non su pregiudizi o fantasiose supposizioni.

Allora è bene sapere che nel campo dell’ADHD, e non solo, si fronteggiano due scuole di pensiero scientifico. Quella che sottolinea le caratteristiche genetiche e neurobiologiche individuali e quella che sottolinea le differenza determinate dalle storie individuali, di gruppo e familiari.

Per questo l’approccio neuroscientifico lavora per considerare sì le basi biologiche, ma ne segue la attivazione lungo lo sviluppo della persona.

Per questo, venendo all’ADHD, vi è chi dice che è una patologia genetica potenzialmente ereditaria (ma come erano i genitori e i nonni di questi bambini? ADHD anche loro?) e chi sottolinea la turbolenza delle relazioni interpersonali, le rotture familiari, i lutti, le perdite e l’iper-stimolazione del mondo attuale. La differenza non è da poco perché nel primo caso abbondano le prescrizioni di psicofarmaci, nel secondo si lavora di più per creare un clima di serenità attorno al bambino che ne è affetto.

Alcuni autori, è bene saperlo, non credono che l’ADHD sia un disturbo geneticamente determinato, ma sia l'esito di un processo di sviluppo che coinvolge l’esperienza emotiva e relazionale dei primi anni di vita.

Ovviamente nessuno nega l’esistenza di basi genetiche; senza di esse nulla potrebbe essere fatto. Non esiste però un determinismo genetico che imponga la manifestazione di un ADHD. In altre parole non si può negare l’esistenza di una base biologica innata, una predisposizione genetica. Molte persone con ADHD nascono con un sistema nervoso particolarmente sensibile, più ricettivo agli stimoli, alle emozioni e alle tensioni dell’ambiente. Si tratta però di un temperamento, che non è una patologia. E’ un modo di approcciare la vita, c’è chi nasce quieto e chi irrequieto; c’è chi ha un atteggiamento evitante, avoidance, e chi ipercoinvolto. Il temperamento può essere ereditato e spesso si ritrova all’interno delle stesse famiglie. Tuttavia, ciò che viene trasmesso non è l’ADHD, ma una maggiore vulnerabilità neurologica e emotiva.

Quando si addebita l’ADHD alla sola genetica si semplifica eccessivamente. Si riduce a un gene e si dimentica che invece è un fenomeno che riguarda il modo in cui un bambino impara a regolarsi in relazione al mondo.

Se attorno al bimbo che cresce vi è instabilità, insicurezza o anche paura e se quel bambino ha un temperamento ipersensibile, non impara a regolare le emozioni. Possono esserci abbandoni, rotture familiari, a volte traumi. Se non viene aiutato ad imparare a riconoscere le emozioni e a regolarle, può esserne travolto. Possono esserci traumi evidenti o stress cronico, tensioni relazionali, assenze emotive involontarie o ritmi di vita troppo intensi. Sempre però vi sono genitori inadeguati che non hanno insegnato a riconoscere le emozioni, a tenere la calma. Forse essi stessi erano agitati e incapaci di reggere le emozioni. In queste situazioni il bambino può sviluppare strategie adattive per proteggersi e autoregolarsi: può spaventarsi e ritirarsi, ma può reagire con l’iperattività, un modo per scaricare la tensione. L’impulsività diventa la risposta ad un sovraccarico interno. Non riesce a reggere la pressione, non ha le parole per spiegarsi cosa gli sta succedendo, non è in grado, diciamo noi, di mentalizzare e allora scatta, esplode. Se poi pensiamo alla massa di stimoli che può ricevere dalla rete e al bisogno che tutti ormai abbiamo di correre, di reagire in fretta, allora capiamo perhè così tanti bambini sono iperattivi e irrequieti. Sono il frutto del nostro modo di vivere contemporaneo.

Col tempo queste modalità di reagire si stabilizzano e vengono riconosciute come sintomi di ADHD.

Non è allora un vero difetto neurobiologico. E’ una neurobiologia vulnerabile che reagisce in malo modo alla pressione ambientale.

E’ chiaro che se quel bambino potesse godere di un contesto genitoriale educativo calmo, affettuoso, stabile avrebbe un rallentamento dei sintomi. Se di converso i suoi educatori sono essi stessi sensibili e fragili, anche se non furono diagnosticati affetti da ADHD, e con maggiori difficoltà di autoregolazione emotiva, creano, senza volerlo, un contesto più stressante per un bambino altrettanto sensibile. Nasce così una interazione che si rinforza tra agitazione ambientale, risposte discontrollate, turbolenza relazionale, e di nuovo risposte, scariche, emotive discontrollate.

Quindi è vero che l’ADHD ha basi genetiche, ma se il bambino trova un contesto capace il sintomo può rimanere sotto-soglia; diversamente in contesti a loro volta fragili, può dare vita a comportamenti incontenibili.

Nessuno è destinato a diventare quel che è solo a causa dei fattori genetici. Fra geni e relazioni intersoggettive vi è un dialogo, che fa la storia di ognuno di noi e spiega perché siamo diventati quello che siamo.

La salute mentale è una costruzione progressiva sociale che parte dai geni ma che si sviluppa nella storia e nelle relazioni. La qualità della vita individuale e delle nostre comunità dipende dalla qualità educativa e relazionale che abbiamo tra di noi, in famiglia e dove viviamo.

(citazioni umbertonizzoli.it)

nizzoli foto 3Umberto Nizzoli è Psicologo clinico e specialista in Psicoterapia. Già direttore Dipartimento aziendale salute mentale e dipendenze patologiche, Azienda Sanitaria di Reggio Emilia. Ha insegnato nelle università di Modena (Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile), Padova (Psicologia), Bologna, (Scienze dell'Educazione). Ha diretto i Master sui Dca Regione Emilia-Romagna e Unitelma Sapienza. E' stato presidente europeo di
ERIT, Federazione europea operatori tossicodipendenze, e di AED, Academy for Eating Disorders, e presidente Sisdca, società italiana per lo studio dei Dca. Attualmente insegna Psicobiologia del comportamento umano alla Università Salesiana-IPU. E' presidente Aepea-sezione Italia (società di Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza). E' iscritto all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, N. 0560