La scuola nella prevenzione dei DA
Umberto Nizzoli
Aepea-si (Association Européenne de Psychopathologie des Enfants et Adolescentssezione
italiana) per il 2 giugno, Giornata mondiale sui DA, WEDAD
Aepea-si partecipa al sesto anno della Giornata Mondiale d'Azione sui Disturbi
Alimentari, (World Eating Disorders Day). Al tema centrale “Eliminare i
pregiudizi e sostenere le famiglie” Aepea-si può dare un contributo importante: ha le
competenze per affrontare la difficile questione dei legami familiari e sociali a partire
dall’attaccamento.
In un mondo
turbinoso soggetto a velocissime trasformazioni trascurare le basi della
formazione della identità della persona ne favorisce il disordine e la sofferenza.
Pensiamo che tutti i professionisti della salute dovrebbero accrescere le conoscenze sui
DA, spesso comorbili con altre patologie emotive e relazionali.
Farlo in modo competente e razionale per ridurre i tanti pregiudizi e false coscienze, se
non anche speculazioni mercantili, circondino l’alimentarsi, i cibi, le diete.
I disturbi alimentari e le Obesità (DA&O, l’acronimo introdotto da Sisdca nel 2011, v.
Donini L., Nizzoli U., Bosello O., Melchionda N., Spera G., Cuzzolaro M. Manuale per
la cura e la prevenzione dei disturbi dell'alimentazione e delle obesità (DA&O) SISDCA.
Sics, 2017), sono un problema di sanità pubblica di crescente importanza dato l’esordio
precoce e l’eziologia multifattoriale che li caratterizza. Insorgenza e prevalenza sono
cresciute e stanno crescendo esponenzialmente, spesso in concomitanza coi disturbi
dell’immagine corporea e, più in generale, con la difficoltà a riconoscersi nella forma o
nel peso del corpo.
Per questi motivi si attribuisce notevole interesse alla necessità di sviluppare programmi
di prevenzione nell’ambito dei DA e più in particolare della prevenzione primaria a
scuola.
Vari autori sostengono l’efficacia di implementare tali interventi, altri si mostrano invece
scettici rispetto all’effettiva possibilità di prevenire una patologia così complessa.
Le prove di efficacia dei programmi di prevenzione sono limitate. Alcuni addirittura
esprimono la preoccupazione che potrebbero risultare dannosi perché potrebbero
suscitare desideri di imitazione e darebbero opportunità di costruirsi una identità
patologica a chi ha precedenti vulnerabilità.
Anche in ambiti limitrofi, le dipendenze patologiche, venne tentato di misurare l’efficacia
delle iniziative di prevenzione (Dors 2005) e si arrivò a conclusioni simili: efficacia
dubbia e di difficile rilievo; assieme a timori di induzione indiretta di comportamenti che
si volevano evitare. Tuttavia EMCDDA promuove iniziative preventive e cerca di
valutarne l’efficacia.
Rimane che di fronte ad un problema enorme diventa non solo difficile ma addirittura
incomprensibile, non cercare di fronteggiarlo, di prevenirlo.
Quindi la prevenzione al di là dell’evidenza dei suoi esiti, va fatta.
Come per tutte le iniziative di prevenzione anche quelle per i disturbi alimentari vengono
classificate secondo lo schema classico su tre livelli.
Robert Gordon, nel 1983, poi ancora il Committee on Prevention of Mental Disorders
della National Academies Press (Nat Institute of Medicine), 1994 identifica le tre macrocategorie.
La prevenzione universale diretta a tutti gli individui di una data popolazione.
Ad esempio tutti gli alunni di una scuola o di una classe senza selezione in base al
rischio.
Su questo Aepea-si ha una grande potenzialità: aiutare a dare basi sicure e costruire un
buon attaccamento fin dalle prime fasi della vita. Prevenzione a largo raggio.
La prevenzione selettiva si concentra invece su gruppi target a rischio. Ad esempio le
femmine adolescenti con immagine corporea negativa o gli studenti di una scuola di
ballo.
La prevenzione di terzo livello si rivolge a chi ha una patologia alimentare manifesta e
diagnostica e si lavora per evitarne l’aggravamento prevenendo fattori negativi.
L’efficacia di questo terzo livello di prevenzione è chiaramente misurabile.
Anche la secondaria lo è, seppur in modo meno preciso.
Invece i risultati della ricerca non appaiono statisticamente soddisfacenti e promettenti
nei confronti dei programmi di prevenzione universale.
Eppure è quello che serve per evitare che inizino nuove storie di malattia prevenendone
non solo l’insorgenza, ma le basi su cui si struttura.
Spesso le attività di prevenzione si svolgono su un tema ma senza un metodo di
esecuzione; chi conduce ha la sua competenza e la trasferisce. Crede.
Si sono tuttavia sviluppate alcune teorie sulla prevenzione dei DA nelle scuole (Pratt BM,
Woolfenden SR. Interventions for preventing eating disorders in children and
adolescents. Cochrane Database Syst Rev. 2002;2002(2):CD002891. doi:
10.1002/14651858. CD002891. PMID: 12076457; PMCID: PMC6999856).
Le più consolidate sono il DSP, Disease Specific Pathways, e il NSVS, Non-Specific
Vulnerability-Stressor.
In pratica il DSP si basa sui percorsi specifici eziopatogenetici e punta a eliminare o
ridurre i fattori di rischio. In questo modo si ridurrebbe l’incidenza della malattia stessa.
Al contrario il NSVS, siccome ipotizza che non vi sia una correlazione specifica tra
fattori di stress e sviluppo di un DA, si concentra nello sviluppare negli studenti abilità
generali per affrontare eventi stressanti.
Seguendo l’articolazione della prevenzione sui tre livelli, pare evidente che il metodo
NSVS è più vicino all’approccio che cerca di rinforzare l’attaccamento dando basi sicure.
In fondo se si cresce sicuri di sé, diventa più raro sviluppare un DA.
Quello però che mi piace di più sottolineare è che occorre smettere un approccio
descrittivo-prescrittivo in cui il racconto dell’esperto ha buoni connotati informativi ma è
distante dall’ascolto dei temi che concretamente si pongono gli studenti che si ha di fronte (Nizzoli U., Colli C., Covri C. DCA: Disturbi del comportamento alimentare.
Manuale per operatori, insegnanti, genitori. Carocci Faber, 2023; 177-179).
Coinvolgere attivamente gli studenti favorisce lo sviluppo di nuove competenze.
Sintetizzando sono migliori i programmi di prevenzione che favoriscono il miglioramento
della percezione dell’immagine corporea e soprattutto l’incremento dell’autostima.
La nostra esperienza suggerisce che gli interventi preventivi vanno targettizzati sulla
tipologia di studenti cui si rivolgono scegliendo strumenti e linguaggi conformi a quelli
delle studentesse e degli studenti con cui si interagisce. I contenuti affrontano potenziali
fattori di rischio, passando dalla alimentazione fino alle pressioni socioculturali
sull’accettazione corporea, riflettendo sempre su emozioni, dinamiche, effetti che si
possono vivere.
Con la scuola occorre non solo avere concordato il programma di prevenzione, ma
occorre preparare il corpo docente perché vi sia continuità linguistica sui temi affrontati.
Il programma di 4-6 sessioni di un’ora ciascuna dovrebbe essere inserito nell'orario
scolastico.
A noi piace realizzare questi programmi con la partecipazione di genitori e caregiver
esperti.
L’alleanza con la scuola è fondamentale per lo sviluppo di iniziative di prevenzione e
promozione della salute. Che non può prescindere dal cercare di apprendere a
decodificare il bombardamento mediatico a cui si è sottoposti, e i giovani parecchio,
quotidianamente. L’esposizione alla rete è infatti tra i fattori maggiori di criticità. (Saul
JS, Rogers RF. Adolescent eating disorder risk and the online world. Child Adol Psychi
Clin N Am 2018;27(2):221-8. DOI: 10.1016/j.chc.2017.11.011).
L’insistenza della comunicazione sul modello estetico, aggravata dalle fake news che
popolano il web, incide sull’insoddisfazione dell’immagine corporea.
I risultati di ricerca suggeriscono che l’esposizione a determinati contenuti social sono
associati ad un valore negativo più elevato della propria immagine corporea e ad alcune
condotte alimentari, se non già apertamente patologiche, comunque disagevoli.
Come per tutte le cose umane i social sono essenziale ma al contempo problematici.
Occorre aiutare a mentalizzarne gli usi.
(citazione: umbertonizzoli.it
