Corpi moderni.
La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione
Commento di
Umberto Nizzoli
Qualche giorno fa ho visto la mostra “Corpi moderni” alle Gallerie dell'Accademia a Venezia .
Ero in compagnia di un gruppo di amiche e amici, colleghi mossi tutti dall'interesse che la nostra professione dedica all'immagine corporea e ai problemi che essa può creare nelle persone e nelle comunità.
Scrivo questa riflessione per me in modo da potermi fissare alcuni passaggi, ma soprattutto per gli amici che assieme a me hanno visto la mostra in modo da continuare il dialogo culturale che ci unisce.
Va subito detto che la mostra è splendida e offre la possibilità di vedere opere eccezionali all'interno di logiche documentali, tipo il deterioramento del corpo, corpo individuale come espressione del corpo sociale, corpo che parla all’interiore e che mostra l’interiore, corpo che si specchia e che è a sua volta specchio. Opere splendide che abbiamo visto già altre volte ma qui accostate per segnare un cammino culturale che nasce col rinascimento e arriva ai giorni nostri contribuendo a formare lo spirito dei tempi..
Si succedono tre sezioni: il corpo che si disvela, il corpo che si mostra; Il corpo che si presenta e che si fa desiderare; il corpo manipolato che si organizza per essere presentato per costruire, il corpo che si rappresenta, che dà un'idea di sé e serve a costruire un'identità.
Il valore della opere è straordinario e quindi si rimane affascinati dai Giorgione, Leonardo, Bellini e Durer.
Alcune opere meriterebbero un'analisi a sé, tipo la Tempesta del Giorgione. L’ho affrontata tempo addietro, qui tralascio.
Concettualmente la mostra si dipana dal momento in cui il corpo Inizia ad essere preso in considerazione come oggetto a sé, quindi come una cosa presente: l’umanesimo.
Il centro dell’attenzione si sposta dal sovrannaturale al concreto dell’uomo con l’orgoglio, la presunzione fino all’hybris che, però, già contiene in sè la fatica e la pena del vivere e il suo indurirsi, proiettato nell'immaginarsi potenti nuovi dei.
In questo modo la bellezza fisica non viene più nascosta come nell'epoca precedente in cui il corpo era la culla del peccato e quindi doveva essere rimosso e negato.
La bellezza e la decomposizione personale fino al confine della morte, sconfitta del corpo sano e giovane e non più rinascita in un altrove edenico. Inferno e paradiso non sono più aldilà, sono qui, in terra, nella storia, nei corpi concreti, di carne e ossa, da guardare e studiare, come Vesallio e Leonardo cominciano a fare.
E’ qui che prende origine il corpo materiale, che appare nella vita quotidiana, negli interessi culturale e popolari; corpi non solo idealizzati, ma corpi con la loro oggettività.
Progressivamente il corpo diventa un oggetto da esibire da abbellire,financo da presentare nella sua naturalezza e progressivamente ancora da arricchire, modellare, truccare, camuffare
Qui c'è l'esplosione del contributo di Venezia con le sue mode, i suoi vetri, le maschere, il suo carnevale per trasformare il corpo attraverso l'arte e dell'arte della rappresentazione.
Fino agli albori dell'epoca moderna in cui il corpo si inibisce continuamente, maschera e desiderio che contiene un seme di potenziale pornografia ma che evoca immagini di piacere o di ribrezzo, di desiderabile o di deprimente in cui si sviluppano conseguentemente quelle che sono le condizioni che i nostri giovani soprattutto ma noi tutti assieme a loro di costruirsi un'identità “dentro al” e “con il” corpo.
Questa visita è per me una esperienza importante che mi è piaciuto fare oltretutto arricchita, e molto, grazie a Nicoletta e Carolina assieme agli amici dal Profeta e in conversazione con loro.
Uscendo dalla mostra subito ho fatto un commento che qui a distanza considero in parte eccessivo.
Mi aveva colpito l’insistenza data dalla mostra al contributo di Venezia nella costruzione dell’identità corporea. Come se tutto il pensiero che ha attraversato la filosofia, la medicina, l’arte la cultura in genere avesse in Venezia l’ombelico del mondo. Coi suoi artisti, i suoi colori, i vestiti, le maschere gli specchi il carnevale: forme della trasformazione. Pubblicità per Venezia.
Ed è tutto vero. Se però avessi letto non solo il titolo della mostra che rimanda al concetto di corpo nella modernità, ma anche il sottotitolo, avrei capito che i curatori avevano avvertito che la mostra si limitava al contributo specifico della cultura veneziana della costruzione del corpo.
Ciò corregge, almeno in parte, quelli che mi sembrano essere i due principali limiti del percorso della mostra. Il corpo prende il suo posto nella cultura nel momento in cui diventa espressione di un bisogno accettabile e riconosciuto non più solo un oggetto dell'uomo che bisogna nascondere. Corpo che vuole, che cerca di soddisfare i suoi bisogni, di mangiare.
Secondariamente e arrivando all'attualità, il corpo è la sede del conflitti e dei confini del rapporto con gli altri; l’esibizione e al contempo la ragione, la regione, in cui affonda la fobia sociale causata da disturbo della immagine corporea.
Potendo immaginariamente dare un consiglio ai curatori suggerirei di mettere due ulteriori sezioni, una di origine, quella del corpo fonte di bisogno di sopravvivenza, lì nascono i diritti, e una finale sul corpo come luogo del malessere del vivere, delle fobie, del disturbo dell'immagine originale corporea.
C’è però un punto che più di tutto mi ha affascinato: è l’accostamento, questo sì straordinario, fra due visioni, non solo dell'espressione corporea, ma più In generale dell'arte e della cultura e della scienza, del senso della vita.
L'accostamento formidabile tra l'uomo vitruviano di Leonardo e l'autoritratto di Durer.
Nel primo si vede il sottostante pensiero idealistico che ritiene che nella natura vi siano delle leggi eterne divine perfette e che la scienza e la conoscenza umana, e quindi la sua materialità corporea, le debba progressivamente scoprire (anche Einstein già avanti negli anni non pensava possibile che Dio giocasse coi dadi) e possa essere la sede di riproposizione della perfezione delle simmetrie dell'universalità: l’uomo vitruviano. Leonardo illuminista ante litteram che vede nella ragione la chiave per leggere, rileggere, le leggi dell’universo.
Mentre di fianco Durer presenta il suo corpo nudo senza infingimenti nella sua concretezza senza compiacenze, con lo sguardo che non cerca di sedurre nessuno e che è perso nella meditazione del come il corpo rappresenti e porti concretamente in sé il percorso della umanità intera nella sua corruzione naturale. Un primo autoritratto del corpo intero, nudo, senza orpelli, segni di ruolo; senza sovrannaturale, senza società, senza infingimenti o vergogne.
Durer recupera la metafora della Maddalena pentita, bella giovane affascinante con la candela che si consuma e la pone nel tempo che lascia i segni sul corpo, il suo. Non più un Cristo idealizzato, amato sacralmente posto in alto sulla croce, ma l’uomo, lui, cristo in terra, persona che fa il tragitto esistenziale duro, concreto, materiale, nel calvario umanizzato. Vero, diremmo noi.
Due visioni che ancora oggi si dibattono e si contendono l’interpretazione del mondo. Da un lato i creazionisti o anche gli scienziati che pensano che ci sia un disegno fatto da un grande architetto e che l'umanità nel suo percorso di crescita debba progressivamente scoprire le leggi universali. Ci sarà da qualche parte, pensano, la legge che unifica e spiega tutte le cose. Bisogna solo continuare a studiare per scoprirla.
Dall'altro invece gli scienziati che studiano la contraddizione, la molteplicità, le ambivalenze dell’esistenza, della caoticità e che quindi colgono le leggi dalle emergenze dello sviluppo della persona, delle comunità come anche dell’evoluzione del vivente, tutte in larga parte imprevedibili e segnate da limiti insondabili. L’incertezza del vivere, le probabilità del bios.
Si confrontano l'ordine e il caos, la legge di Dio e l’incertezza dell'imprevedibilità.
Leonardo e Durer stanno alla radice del dibattito della cultura moderna.