Anni fa studiando assieme ad altri docenti perché gli studenti si iscrivevano alla facoltà di psicologia, cercando di cogliere la motivazione principale per il loro nuovo percorso formativo, il nostro campione erano i

neo-iscritti, ci si trovò di fronte al fatto che circa il 50% di loro era mosso dal desiderio di conoscere meglio sé stessi, di migliorare e forse anche di curare problemi personali, direttamente personali o familiari.

Il che in astratto non è per niente strano. La gente si interessa delle cose da cui è toccata. Se è toccata da malattia mentale personale o di propri familiari è una buona ragione per dedicarsi agli studi che possono cercare di prevenire o di curarla.

D'altra parte quanti sono i medici o gli infermieri che iniziano lo studio della medicina perché hanno avuto in famiglia un qualche lutto o qualche grave malattia di un caro?

Dire che circa la metà delle persone che si avvicinano alla disciplina lo fa perché ha un interesse diretto non è offendere nessuno, ma rendersi conto di come funziona la mente umana. Fare psicologia (o medicina) è una possibile motivazione che spesso nasce se ci sono ferite da curare.

Se prendiamo il problema da un altro punto di vista, non c'è nulla di strano, anzi quei numeri sembrano addirittura contenuti, perché secondo le ricerche epidemiologiche più aggiornate la distribuzione nella popolazione generale delle malattie mentali è dell'ordine di 1 persona ogni 5-7.

Se poi prendiamo l’intero ciclo della vita, circa tre quarti delle persone vengono personalmente coinvolte in storie di malattie mentali. Non solo attraverso i familiari, no; personalmente.

Per cui se durante la vita circa tre su quattro di noi viventi ha incontrato la malattia mentale, è praticamente certo che all'interno di ogni famiglia c'è stato almeno un periodo nel quale qualcuno ha sofferto di un disturbo mentale, emotivo o comportamentale. Quando si è affetti da disturbo mentale si tende a rinchiudersi, spesso ci si vergogna, si teme di essere giudicati negativamente.

Tuttavia col passare del tempo, una volta guariti, quel periodo viene praticamente rimosso ed è difficilissimo che le persone accettino di svelare il proprio stato di sofferenza, specie se sono professioniste della salute.

Oggi in vari contesti si tende a recuperare qualche storia di disagio o malattia e farla diventare un plus nella cura. E’ successo così come molti ex tossicodipendenti, diventati operatori provetti forse anche sfruttando l’esperienza di dipendenza. E’ cosi nei disturbi alimentari dove averne sofferto diventa un ingrediente che arricchisce un team terapeutico. Abbiamo anche una ex anoressica nel nostro gruppo di lavoro, dicono alcune agenzie. Diventa un elemento di attrazione, i pazienti possono identificarsi e pensare se ce l’ha fatta lei o lui allora posso farcela anche io.

Questo tipo di ammissioni capitano più spesso nei servizi che si occupano di disturbi del comportamento. Per gli altri disturbi mentali invece è praticamente impossibile incontrare un clinico o una équipe che dica ai propri assistiti tra noi lui è stato schizofrenico, lei ha un disturbo bipolare, non sapete quanti di noi sono o sono stati depressi.

Nel non detto vi è la falsa coscienza che i professionisti della salute mentale non hanno malattie mentali.

Lo scherzoso detto popolare, voi psic (psicologi, psichiatri) siete tutti matti, è detto per alleggerire un po’ come si fa coi carabinieri che li si prende in giro salvo poi rispettarli nel concreto della relazione.

Siccome i numeri non mentono e visti i dati percentuali, si può con certezza dire che una parte delle persone che si occupano di disturbi emotivi e/o mentali ha avuto nella propria storia personale o familiare periodi durante il quale è stata affetta da disturbi psichici.

Mi chiedo se sarebbe il caso invece di rompere questo velo e di mettere le cose più in chiaro o se invece è preferibile proseguire in questa illusione che serve ai pazienti e alle famiglie di immaginare che tutti i propri terapeuti siano persone perfettamente in buona salute mentale.

Nonostante ciò in ambiente professionale molte volte si utilizza un linguaggio giudicante. Frasi del tipo, quello lì è un tossico oppure quella là l’obesa, non si sentono solo sulla bocca di persone comuni ma accade venga detto anche nei dialoghi tra professionisti.

È un modo per sintetizzare una caratteristica personale che però inevitabilmente la irrigidisce e finisce col contenere tutta la persona in una caratteristica patologica, stigmatizzandola.

È un argomento delicato e difficile che rimane più spesso sotto traccia perché mettere sotto esame chi per professione esamina gli altri è oggettivamente complicato.

Sono però le persone che hanno vissuto periodi di malattia psichica che riferiscono i sentimenti di svalutazione, distanziamento, disumanizzazione ricevuti da alcuni professionisti che hanno incontrato. Molti studi lo riferiscono (vedi ad es. Health Management Forum, v.30 n.2, 2017).

Dichiarare di avere avuto una malattia mentale è un elemento negativo nei percorsi di assunzione o di presentazione del curriculum vitae.

Può succedere che i pazienti vengano trattati con una apparente benevolenza protezione come bambini con un tono della voce di compatimento e senza dare loro importanti informazioni relative al trattamento col presupposto che potrebbero risultarne feriti senza avere la capacità di reggerle emotivamente.

C'è chi ha rilevato che tra i motivi di queste varie forme di distanziamento ci sta anche un certo pessimismo dei terapeuti. Nella loro testa la gente con malattia mentale non può andare poi molto meglio.

Offrire cure di buon livello per le persone con malattia mentale è una sfida complicata che richiede una buona partecipazione da parte dei professionisti. Ciò può provocare stress che cresce quando poi il numero dei casi è fortemente cresciuto e il supporto delle istituzioni si è ridotto e le risorse pure.

Il tutto con l'esito inevitabile di accrescere il burnout degli operatori.

Si crea così un circolo perverso dove la sofferenza delle persone provoca sovraccarico emotivo che può formare burnout e reazioni di insofferenza e rabbia degli operatori che finisce col tradursi in ulteriore stigmatizzazione dei pazienti che si sentono marginalizzati.

Certe malattie vengono più stigmatizzate di altre, la schizofrenia o la personalità borderline o l'uso di alcol o droghe. (Earnshaw, V. A., & Corrigan, P. W. (2025). Lighting the way forward. Stigma and Health10(1), 1–2. https://doi.org/10.1037/sah0000606 )

Chiamare una persona obeso, ubriacone, manipolatore, tossicodipendente, schizofrenico sono i modi per disumanimizzare il linguaggio e per sottolineare che quella caratteristica dà il senso di tutta la vita della persona che porta quelle patologie.

Bisognerebbe capire che dire una parola che può sembrare semplice, ma che umilia la persona a cui si riferisce, genera una difficoltà aggiuntiva per quella persona stessa.

Basterebbe acquisire una maggiore consapevolezza e avere più attenzione nel linguaggio; ancora una volta è questione di corretta formazione.

Le ricerche dimostrano che mettere assieme l'educazione e l'interazione con persone che hanno vissuto esperienze di disturbo mentale, si riduce lo stignma degli e negli operatori (v. International Journal of Social Psychiatry v 67 n 7 2021)