Boncinelli Edoardo, La farfalla e la crisalide, la nascita della scienza sperimentale, Scienza e idee, collana diretta da Giulio Giorello, Raffaello Cortina editore,  2018.

Commento di Umberto Nizzoli

Ho bisogno di fare qualche premessa.

Stimo l’autore del libro: ha dato un bel contributo allo sviluppo delle neuroscienze; almeno per questo lo conosco.

Non condivido quasi nulla del testo che sto per commentare. Leggendo il commento se ne

capiranno i motivi.

E’ un peccato che sia così, ma in questo testo Boncinelli è davvero arrabbiato. Sembra signorile e distaccato, ma emerge un giudizio altezzoso che riempie pagine e pagine nell'elenco delle stupidaggini a cui crede il popolo irretito da scienziati fasulli o ignoranti e imbonitori vari.

Evidentemente Boncinelli avrebbe voluto che l'attenzione collettiva fosse rivolta solo a quella che è la conoscenza vera, sottolineato vera, che è quella che lui considera tale e di cui, orgogliosamente, fa parte.

Questo libro è una specie di manifesto in difesa della “vera scienza” ma è centrato soprattutto sui nemici della “vera scienza”. Scorriamolo.

Ci sarebbe una specie di evoluzione storica per cui, partendo dalle fregnacce dell'antichità che colmavano vuoti di conoscenza attraverso mitologie e fantasie più o meno originali, si sarebbe progressivamente passati alla scienza sperimentale, la conoscenza sperimentale, che è l'unica che avrebbe titolo di potersi dedicare agli interessi del mondo e dovrebbe essere l'unica a cui le persone, di vario livello e ruolo sociale, si dedicano.

Secoli e secoli dominati da ignoranza e creduloneria dovrebbero essere spazzati via dalla scienza nuova, quella sperimentale. Questo avrebbe sperato l’autore.

Sul taglio di millenni di storia durante i quali sarebbero esistite solo stupidaggini non mi trovo d’accordo.

La storia non comincia con Bacone o con Galileo; con loro inizia la scienza sperimentale. Ma anche prima ci sono stati eminenti studiosi che addirittura li hanno anticipati. Potrei citare Lucrezio o Anassimandro, ma farei torto a tanti che hanno studiato la natura. Non tutti hanno girato il mondo col naso all’insù. Si potrebbe pensare anche a chi inventò lo zero o l’algebra, gli indiani e poi gli arabi.

Ma da bravo scienziato affezionato solo ai numeri Boncinelli è afflitto da quello che oggi chiamiamo il colonialismo della scienza.

C’è però un altro nucleo che mi spiace sia stato tranciato via senza neppure alcun commento. E’ quello dell’arte, ci ho giusto fatto un libro, Viaggio sulle prigioni, NEP, 2026. In esso vedo l’arte come sorella maggiore della scienza; l’arte di Piero, che ha unito arte e matematica. Potrei citare anche Leonardo o Durer, ma a Boncinelli non interessano: tutto gli è nato nel ‘600.

Sennonché la scienza sperimentale in pratica si riduce alla fisica, alla chimica e, bontà sua, alla biologia, cioè meglio, a quella parte di biologia che ha delle caratteristiche più deterministiche. Le tre “sorelle” sono sostenute dallo strumento che le unifica e che ne dimostra i risultati: la matematica.

Tutto il resto che è al di fuori di questo nucleo di scienze, non va considerato per tale perché non corrisponde a quello che è il principio fondamentale che serve per distinguere e mettere un limite tra quello che è scienza e quello che non è scienza. E’ il principio di falsificabilità di Popper, il quale ha stabilito che solo ciò che è falsificabile può appartenere alla scienza. Cioè solo ciò che utilizza termini che non hanno contro letture, che non sono polisemici, che non sono equivoci e in qualche modo miscelabili, ma che identificano in modo preciso gli oggetti che possono perciò essere messi in discussione nella loro affidabilità.

Tanta grandiosità si scontra col fatto che questo tipo di scienza per forza di cose è riduttiva, nel senso che vede solo le cose che possono essere rilevate statisticamente, matematicamente, cioè sperimentalmente.

Gli sfuggono, e vengono perciò reiette, le cose che appartengono al micro, cioè al mondo infinitesimale, così come quello macro come se il ritaglio della scienza potesse essere relativo solo alla vita che avviene sulla terra secondo le regole della fisica dimostrabile. Sic! Dimostrabile, perchè tutta la parte relativa alle micro particelle che sfuggono a queste regole perché si rifanno a regole di tipo quantistico, evidentemente non meritano di essere considerate valide per la ricerca scientifica sperimentale a causa della loro variabilità, imprevedibilità, incertezza che pure sono le basi della fisica quantistica.

Questo ritaglio spiega abbastanza bene come continui a vivere nel pensiero sostenuto dall'autore una logica che era quella del positivismo marxista che considerava tutto il mondo delle idee, delle religioni, delle mitologie come qualche cosa che serviva solo a ingabbiare i popoli tenendoli in qualche modo lontani da quelli che erano i loro unici e veri interessi, cioè la materialità, la possibilità di essere riconosciuti nei loro diritti nel sociale, concretamente manifesti; denunciando perciò la spiritualità, e ancor di più le religioni, di essere l’oppio dei popoli.

Ed è veramente incredibile che un autore così distante, orgogliosamente distante, da tutto quello che è il mondo dell'olismo considerato paccottiglia, new-age per fricchettoni, pubblicità, in qualche modo ciarlataneria per poveri sciocchi bisognosi di rassicurazioni emotive, si dedichi per tutto il libro a riferire il pensiero di autori della filosofia di cui ovviamente non condivide assolutamente nulla o quasi.

Nel senso che essendo la filosofia stata la premessa da cui è poi sorta la scienza, la quale è esplosa rompendo radicalmente con la casa madre, la filosofia, per via della vaghezza delle sue informazioni, della non falsificabilità delle sue affermazioni, dando vita perciò a un nuovo modo di descrivere il mondo, quello appunto della scienza sperimentale, avrebbe dovuto considerare, e lo dichiara continuamente, tutto il lavoro filosofico come perditempo, come premessa inutile, come basi da cui la scienza sperimentale ha preso le distanze. Un figlio che rompe coi genitori perché li considera sciocchi e perditempo.

Invece tutto il testo è circondato da questi filosofi che l’autore affastella e cerca faticosamente di contrastare creandosi un sacco di suoi bias cognitivi.

Dopo aver fatto affermazioni trancianti relative alla definizione del campo della scienza sperimentale, in seguito si rifà, per poter motivare la propria scelta, a definizioni che appartengono al campo che vorrebbe che sparisse.

Una insanabile contraddizione in termini.

La farfalla è la scienza che esce come metafora dalla crisalide, nido che la farfalla abbandona per potersi librare in un mondo nuovo.

E’ il 1600 e faticosamente la scienza ha cominciato a ribellarsi al dominio della filosofia e a conquistare la sua autonomia.

Conscio della limitatezza dell'approccio che riconosce valore scientifico solo alla triade fisica – chimica - biologia, estende il proprio paradigma all'intelligenza artificiale. Non si capisce bene perché visto che in larga parte oggi i LLM hanno degli algoritmi i cui esiti sono imprevedibili mentre dovrebbero appartenere a qualche cosa di sperimentale (lo dica a Anthropic o a ChatGPT) e alle neuroscienze che dovrebbero essere la struttura fondante di un pensiero scientificamente basato relativamente al sistema nervoso dell'essere umano.

Le discipline umistiche dall'antropologia, alla sociologia, alla psicologia sarebbero ambienti nei quali si affastellano affermazioni tra loro contraddittorie, a testimonianza che appunto sono idee non falsificabili e quindi, popperianamente, esterne alla scienza; e poi addirittura si occupano di fenomeni non misurabili come le emozioni, l'inconscio, il significato dei sogni (ma esistono? Sembra chiedersi l’autore o sono solo intelligenti panzane?) dando valore quindi a elementi come la coscienza, il sé, l’io o altre descrizioni che appartengono al mondo della psicologia ma che sarebbero fantasmi che vengono costruiti per potere argomentare, anche in modo se si vuole fascinoso, ma assolutamente a-scientifico.

E lì c'è un punto di contrasto insanabile; chi fa un lavoro di tipo olistico che cerca di fare una valutazione complessiva di quelli che sono i fattori che determinano il benessere o il malessere delle persone, vorrebbe essere considerato scienziato ma secondo “la legge” introdotta dall'autore (da Popper), è solo un ciarlatano.

E sì che ci sono tanti psicologi e psichiatri forensi che accettano solo dimostrazioni che superano la prova della falsificabilità di Popper. Fandonie, secondo l’autore, applicare un metodo di riconoscibilità scientifica a ciò che scienza non è non è più solo dabbenaggine, è truffa.

L'autore nega qualsiasi valore scientifico all'olismo. Quindi assolutamente, senza mai citarlo, nega qualsiasi significato fondante scientificamente all'approccio bio-psico-sociale.

Perciò, noi che ci definiamo psicopatologi saremmo, grazia sua, estranei al campo scientifico.

Curiosamente dopo aver distinto i due campi, quello della scienza vera: fisica, chimica e biologia e forse solo l’intelligenza artificiale (chissà poi perché viene inclusa fra le scienze “dure”, forse perché da ultima arrivata non può che aggregarsi a quello che è il gruppo di testa) cui si contrappone il mondo della ciarlataneria, della psicologia, della sociologia, dell'antropologia e, ancor più, delle religioni e assolutamente della filosofia, che dovrebbe essere un campo da abbandonare, evita di usare anche una sola parola relativamente alla medicina. Non si capisce bene perché la medicina non trovi spazio nelle invettive dell'autore visto che l'ascolto, la capacità di costruire l'anamnesi, la capacità di raccogliere il vissuto del paziente ne sono ingredienti ontologici, seppure evidentemente esterni all'approccio scientifico sperimentale e ancor di più privi della possibilità di superare il rasoio della verità stabilita da Popper.

Leggere questo libro è fondamentale perché ci si può rendere conto di quelle che sono le idee opposte all'approccio psicopatologico, all'approccio alla globalità della persona, all'approccio del sé sociale, all'approccio della costruzione sociale della persona.

L'autore si rammarica che il nostro paese sia così fragile, così imbevuto di ideologie e malinconicamente riconosce che sono esistite intere civiltà che non hanno conosciuto la filosofia e stanno benissimo. Magari fosse stato così anche per la nostra Europa, pensa.

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L'autore se la prende con gli dei, mentre al di sopra di tutto il vero Dio, signore del cielo e della terra, è il caso.

Di Platone, di chi era e che è stato un grandissimo scrittore, il più omerico, che ci ha tratteggiato, all'opposto di Socrate, un mondo pieno di fascino e di certezze, sistemando quasi tutte le questioni in una visione che non potrebbe essere più lontana dalla realtà, pensa tutto il male possibile. Platone ha costruito una fantasia assolutoria e bonificatrice graditissima agli esseri umani, i quali fuggono dalle misere verità della vita, per rifugiarsi nel misterioso, nell'improbabile in una lucida assurdità.

Tale è l’altezzosità dell'autore che considera larga parte dell'umanità, non solo attuale ma nei secoli, come sciocca e bisognosa di addormentamento.

Non ne fa cenno, ma c’è da supporre che per quei popoli in cui la scienza sperimentale non è arrivata (o non è stata accettata) il suo giudizio sia molto deprimente. Da noi, in Europa almeno, ci saranno sì tanti stupidi e creduloni, ma c’è la scienza sperimentale. Là, tra i Nativi o gli Aborigeni, niente. Tutti scemi.

Palese che chi ha un approccio inclusivo non può accettare tanta supremazia.

Boncinelli se la prende anche con il bisogno di costruire anamnesi, perché conoscerla è come ricordare. In realtà l'unico ricordo che serve ricordare è che non serve ricordare; la storia non insegna niente.

Il timbro dell’umore del testo è di una tristezza depressa e di una crudezza quasi spietata.

Ci dice: la filosofia ignora l'evoluzione o meglio il cambiamento e continua a ripetere icasticamente da secoli le stesse descrizioni del bene e del male, del bello e del giusto, mentre il nostro autore dice: non so cos'è l'idea di bene. Il bello in sé poi non riesco proprio a digerirlo.

Tanta disciplina si rifà a una specie di demiurgo che è Karl Popper il quale assieme a pochissimi altri si oppone a Platone a Hegel e a Marx che sono nemici secolari della società aperta e che hanno introdotto un principio più o meno terreno di anima, recuperando i misteri orfici e descrivendo visioni mitiche del vivere sociale in quella presunzione che avrebbero (avremmo noi umani) di essere unici nell'universo appartenenti ad un disegno superiore. Mentre l'unico disegno che ci ha prodotto è il caso.

L'autore se la prende anche con Aristotele il “maestro di color che sanno” come si dice ancora oggi, e prima già nel medioevo. Egli crea sì un'impostazione un po' più realistica e articolata sulle diverse questioni di Platone, ma la sua affermazione: ogni corpo si muove verso il suo luogo naturale, è talmente bella e rassicurante che quasi nessuno si è chiesto che cosa volesse effettivamente dire. Così come l'altra affermazione di Aristotele: tutto ciò che si muove è mosso, da qualcosa che si sa o non si sa. Sarebbe una affermazione affascinante, ma priva di contenuto.

Nella visione dell’autore la matematica gioca il ruolo di essere lo strumento, un'espansione della logica che serve per potere costruire le prove sperimentali.

L'autore scorre nel tempo le varie scuole filosofiche e i vari pensatori riempiendoli nella più parti dei casi, di pietosa compassione.

Le parole sono importanti. Gran parte dei malintesi che rovinano sia la teoria che la pratica deriva dall'abitudine di usare le stesse parole con significati diversi; quasi a lamentarsi di ciò, come se il linguaggio in sé non fosse polisemico.

Non c'è bisogno di cambiare parola per cambiare significato, il modo di pronuncia, la posizione della parola all'interno dell'espressione bastano per cambiarne il senso.

Lo vorrebbe annullare, il nostro autore, nello spirito di render le cose oggettive, chiare quindi incontrovertibili e perciò falsificabili popperianamente.

Se questo è il progetto, non ci si deve meravigliare se non ottiene il successo che l’autore desidererebbe che avesse.

La citazione come tante altre, trae origine da autori delle religioni e della filosofia; il timbro è quello desolato e triste dell'autore. In ogni caso è Agostino che dice: l'uomo è un grande baratro.

Si riferisce poi l'autore al baratro in cui si sarebbe cacciato l'uomo, in particolare quello occidentale, inseguendo fantasie e dandosi risposte scicche ma convincenti gli animi semplici.

Le fondamenta della scienza sperimentale sono state considerate in molte circostanze; sempre si è considerata l'applicabilità del criterio sperimentale come fondamento stesso della scientificità che si afferma bene distinta da una generica enunciazione astratta. Per fare ciò si è ricorso al principio di falsificabilità di Karl Popper. Perché si possa dire che un'affermazione è vera o falsa è necessario che sia almeno potenzialmente falsificabile.

Non si tratta quindi di un criterio di verità, ma di un criterio di demarcazione: solo ciò che è falsificabile è scientifico. Tutto il resto non lo è.

Ma come può essere che un'affermazione non sia potenzialmente falsificabile?

Semplicissimo, è sufficiente che non abbia un unico esplicito significato. Se non lo ha, non potremo mai sapere se è vera o falsa.

È chiaro allora che se un'affermazione non è materialmente falsificabile non ha alcun valore scientifico.

Bontà sua l'autore trancia larga parte delle conoscenze basate su altre discipline che non siano quel nucleo ristretto composto da fisica chimica e biologia; come se tutto il resto fosse paccottiglia. Eppure non solo quella paccottiglia fa correre gli esseri umani, ma fa anche funzionare il mondo. Assieme alle scienze della triade.

Perché sia chiaro, non è che per dimostrare l’assurda posizione di Boncinelli getto a mare le scoperte della fisica, della chimica o della biologia. Anzi, ne sono affascinato e, seppur modestamente, le frequento.

L'autore non ha nessuna disponibilità ad ascoltare la psicanalisi, l'omeopatia, la maggior parte delle cosiddette medicine alternative. È chiaro per lui che se un'affermazione non è materialmente falsificabile, vuol dire che non ha nessun significato.

Per dirla con Popper, l'inconfutabilità di una teoria non è, come spesso invece la gente crede, un pregio bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla e di confutarla.

Ma come si fa ad avere delle affermazioni che siano confutabili?  Semplice, dice. L'affermazione in oggetto può non avere un soggetto definito o averne più di uno e allora non è falsificabile e fa parte di tutto quel novero di cosiddette pseudoscienze metafisiche e illusionistiche. Tutte aree nelle quali la terminologia non possiede un significato unico e univoco.

Siccome anche l'affidabilità per essere scoperta ha bisogno di essere analizzata e quindi ricercata, il nostro autore entra in una contraddizione incredibile. Ci vuole pazienza, dice. Non si può sapere tutto subito. Le combinazioni certamente esistono, ma non possono andare troppo oltre; infatti un fatto può essere un caso, due possono ancora essere un caso, ma tutto non può essere un caso. E’ allora che hai la prova della falsificabilità e quindi della sua scientificità.

Sennonché se tutto non può essere un caso, vuol dire che c'è una regola. Il che confligge con l'idea che la vita e tutte le cose siano accadute per caso.

In tutti i casi ciò che può essere falsificato è scienza; quello che non può essere falsificato non lo è.

Ma perchè le affermazioni della psicanalisi non possono essere scienza? Facile (dice sempre il nostro): perché non sono falsificabili le affermazioni come il super-io, l'io, l'inconscio, il rimosso, e tante altre. Insomma la psicanalisi è una accozzaglia di stupidaggini.

L'autore si difende anche da critiche immaginarie. Immagina che qualcuno gli potrebbe replicare, ma cosa importa; non tutto per forza deve essere falsificato.

Benissimo, replica. Una posizione abbastanza accettabile è quella che vuole salvare il valore culturale e suggestivo della psicanalisi, nelle sue diverse forme, senza pretendere che si tratti di scienza. Bene tutte le analisi, le speculazioni, le narrazioni, purché sia chiaro che non si tratta di scienza, sono fantasiose narrazioni.

L'autore ribolle a frasi del tipo, la clinica dimostra, perché la clinica non dimostra proprio niente, dice. La clinica può dimostrare il pensiero del suo autore, ma nulla della realtà; può illustrarla, ma non dimostrarla.

Quanto siamo distanti noi di Aepea da affermazioni simili! Noi pensiamo che sia la clinica il luogo della valutazione di qualità e di efficacia degli interventi.

Per spiegare perché gli esseri umani diversamente dagli animali possono raggiungere la consapevolezza e l'intenzionalità, Boncinelli dice che ciò è possibile perché abbiamo coscienza e raziocinio.

Ora se ci sono termini non falsificabili, polisemici e privi di qualsiasi ricaduta concreta non poteva essere fatta scelta migliore. Il che è paradossale che per dimostrare delle cose che vogliono essere scientifiche si utilizzino dei principi che sono assolutamente incerti e a-scientifici. A meno che non si recuperino quelle scienze che si occupano di coscienza.

Vedi che contraddizioni avvolgono tanta sicumera di assoluta certezza?!

Il nostro autore invece dice con forza e chiarezza che le scienze sperimentali si occupano esclusivamente di fenomeni riproducibili.

I fenomeni non riproducibili, anche se fossero interessantissimi, non costituiscono oggetto scientifico. Ma se consideriamo scientifico solo ciò che è singolarmente riproducibile e verificabile in laboratorio, la teoria della evoluzione (ah! Il povero Darwin) non è e non sarà mai una teoria scientifica in senso stretto.

Ecco però allora che l’autore ha bisogno di allargare le maglie della sua definizione ristretta per poter accogliere al proprio interno i principi della teoria dell'evoluzione (non può buttare Darwin tra i ciarlatani). Pur non avendo possibilità di falsificarla, diventa premessa che giustifica il perché del caso evolutivo. Insomma c'è un guazzabuglio di motivazioni tra loro contrastanti.

Arriva così la sequenza di cose fondamentali: il trio delle operazioni fondamentali della scienza. L'individuazione dei parametri pertinenti, la loro quantificazione e lo studio della loro covarianza nel tempo e a seconda degli eventi. L'insieme di regolarità di leggi e di principi che caratterizza i diversi campi deriva tutto da questa terna di operazioni. Si produrrebbe una grande igiene mentale se la gente seguisse solo questo tipo di criteri in modo da trarre conclusioni vere da premesse vere, dice Boncinelli.

L'autore si diletta nel sottolineare l'eroismo dei singoli ricercatori, salvo poi dire che senza dati sperimentali non c'è teoria e non c'è nemmeno scienza e che questa può essere fatta attraverso raccolte via via più smisurate.

Seppur con tanta certezza, l’autore ovviamente incrocia il problema della probabilità, e quindi dell'approssimazione. E’ duro doversi accontentare del parziale e dell'approssimato, ma chi non ha capito questo, della scienza non ha capito niente.

Così trancia il nostro, che però tristemente riconosce che esistono un sacco di cose che non si possono misurare, almeno per il momento, aggiunge. Quindi che si fa? sono esterne al piano scientifico. Non ci si deve dedicare ad esse per non perdere tempo e inseguire affermazioni avventuristiche e fantasmagoriche o teologiche.

Il nostro finge che esse non siano parte dell'esistenza umana.

Il quadro peggiora quando si dedica alla evoluzione della storia della comunità e della società. Ma perché chi emette giudizi sprezzanti sul non popperianamente scientifico si voglia dedicare ai temi che lui stesso ha definito privi di interesse non è ben chiaro.

Tuttavia dice, in principio è la famiglia.

Ma da dove gli deriva questa affermazione? Se avesse studiato etologia avrebbe visto che in origine esistono molte famiglie diverse fra di loro.

Poi prima di tutto riconosce l'esigenza di fondo degli esseri umani: appartenere; e quindi di essere radicati.

Beh! se ci sono principi non falsificabili che hanno a che fare con vissuti emotivi, non poteva scegliere di meglio.

Accanto all'appartenenza originaria si affianca nei secoli sempre più sensibilmente un bisogno di appartenenza specifica.

Tutte cose che dovrebbero essere dal nostro rigettate poiché ridicole. Invece vi si dedica con passione.

Comunque l’appartenenza contribuisce a formare lo sviluppo dell'essere umano. L'esasperazione di tale senso di appartenenza porta poi alla diffusione dell'integralismo religioso e a costruire oggi uno dei più grandi problemi dell'umanità.

L'aspetto sociale tribale dell'individuo è connaturato alla sua natura; quindi è un'esigenza, ma nelle forme espansive che assume oggi è connaturata al fallimento e alla distruzione della società.

L'autore riconosce l'esigenza di rispondere alle domande fondamentali che da sempre gli esseri umani si pongono: da dove veniamo, chi siamo, che senso ha la vita.

Tutte questioni inutili, secondo la logica del nostro. Le risposte sono sempre false. Di risposte adeguate non ce ne sono; perciò si è costretti ad inventarne sempre di nuove arbitrarie e fasulle.

Lui ovviamente non fa parte dei processi storici che registra, infatti orgogliosamente dice: ma a pensarla come me siamo in pochi.

Perché per la maggioranza della gente risolvere un enigma, qualunque esso sia, rappresenta una delle maggiori soddisfazioni. Comprendere e spiegare costituisce la spinta vitale eccezionale, quasi incoercibile, ma anche un invito a inventarsi le più diverse risposte alle domande. Proprio perché risposte non ci sono.

In certi passaggi l’autore se la prende con la nostra tradizione imbevuta di pensiero classico greco che avrebbe portato alla costruzione di queste fantasiose idee secondo cui tutto deve avere un motivo. Che cioè un agente, una causa e anche uno scopo deve esserci.

Dopo avere rigettato questa modalità di pensiero assolutamente ascientifica, conclude: del resto quasi tutte le civiltà che conosciamo hanno proceduto così.

Il lettore non capisce più per quale motivo deve provare disprezzo per la cultura greca se anche gli altri che provengono da altrove non hanno avuto soluzioni diverse.

Il nostro poi se la prende coi valori.

Ma cosa sono i valori?, si chiede. Come si misurano i valori, come si scelgono i valori?

E’ evidente che questo approccio è tutto centrato sul determinismo biologico e contrario al biopsicosociale e all'olismo dell’individuo e della sua rete.

L'autore non è meno tranciante nei confronti della fisica delle microparticelle.

Lì le regole sono diverse ma non avrebbero niente a che spartire con quella che è la scienza dell'umanità. Niente di simile alla sovrapposizione degli stati, al principio di indeterminazione è pensabile nel caso di oggetti del nostro mondo.

L'approssimazione di questi processi rappresenta un'inevitabile complicazione tecnica. Infatti poiché per gli oggetti quantistici la incertezza strutturale è fondante, ne deriva che gli studi della meccanica quantistica o della fisica quantistica non appartengono alla scienza sperimentale. Anzi il nostro se la prende ancora e anche con tutti coloro i quali fanno delle trasposizioni dalla fisica quantistica al campo e al comportamento degli esseri umani.

L'osservazione che l'osservatore perturba il campo, che è desunta dalla fisica quantistica per il principio di sovrapposizione degli stati, nella realtà concreta non esisterebbe. Quindi nonostante tutte le sciocchezze che si sentono dire in giro, per esempio sulla natura della psicoterapia, dice che oggi si impone la cultura degli orecchianti, cioè di coloro che hanno sentito parlare di qualcosa e spacciano questa loro conoscenza per un che di assodato.

Il testo è una miscela di pregiudizi e preconcetti invocati da un pensiero che si dice laico, aperto e…. senza pregiudizi.

E’ bello osservare come per volere difendere il campo ristretto della scienza vera, quella sperimentale, l’autore incorra in un continuo alternarsi di contraddizioni.

Non si capisce perché dedichi tanto tempo a demolire, e quindi a parlare, di cose che dal suo punto di vista sono fregnacce.

Se la prende con autori che rappresentano il suo opposto approccio, tipo Thomas Nagel che nel libro Mente e Cosmo (raffaello Cortina, 2015) sostiene che invece di prendere sul serio le teorie materialistiche dobbiamo pensare ad un universo fondamentalmente incline a generare la vita e la mente.

Se avesse ragione lui, si dice l’autore, mi domando perché mai dovremmo stare a perdere tempo. La sua proposta spiega tutto, come una religione. Ma ovviamente non può sottoporsi al principio di falsificabilità e quindi non è una scienza, così come non lo è la psicologia che ha risentito più di tutte le altre del pensiero filosofico delle antiche radici greco-giudaico-cristiane. Psicologia che poi usa parole non definite, come psiche, mente, io, super-io, rimosso, pulsione. Parole che vorticano nel vuoto del nulla, fuori dal campo scientifico.

Per fortuna è nata la scienza sperimentale che ha introdotto un nuovo metodo, lo sperimentale appunto, che dovrebbe eliminare gli approcci ascientifici tipo l'olismo che è la visione, in un certo senso, opposta al riduzionismo scientifico. L’olismo che vorrebbe studiare e spiegare i fenomeni nella loro interezza, mentre invece il vero scienziato non può che essere riduzionista, Ridursi quindi a studiare fattori sempre più limitati per poterli isolare e vederne gli effetti.

L'autore però poco dopo deve ricordare che l'organismo è soggetto a continui cambiamenti mentre si sviluppa, matura, invecchia. Cambiamenti complessi che riguardano tutti i suoi sistemi vitali....

Meccanicismo, riduzionismo, fisicalismo e, soprattutto, verificazionismo è la sua ricetta.

Solo la verificabilità stabilisce le risultanze sperimentali come unico criterio di accettabilità di una teoria. Ricordandoci che se c'è una cosa che la storia insegna, è che la storia non insegna niente.

L'autore sperava di vedere la fine del tunnel. Sperava che dalle scemenze di millenni si uscisse abbracciando la scienza sperimentale. Ma tristemente vede la nostra epoca “graniticamente anti illuminista e antiscientifica” perché l'animo umano è pieno di contraddizioni che sfidano ogni modellizzazione.

In ultimo, bontà sua, un merito alla filosofia lo riconosce e è quello di aprire le menti a nuove idee, a nuovi orizzonti.

Sono piene di affabulazioni indimostrabili, ma sono affermazioni creative.

Purtroppo hanno trascinato popolazioni intere con idiozie del tipo, il privato è pubblico o le idee della rivoluzione. Tutti corpi estranei che si sono diffusi in Occidente e in particolare in Italia, “paese di vaneggiamenti intellettuali” in cui gli aspetti morali diventano importanti e danno vita a dibattiti interminabili e incomprensibili.

Cita autori dannosi per la cultura che hanno dedicato vita e attratto popoli a parlare di sciocchezze. Sentiremmo meno stupidaggini e cattiverie se la gente smettesse di seguire questi filosofi.

È curioso che un libro così pieno di cattiverie e di giudizi negativi tipo: la semeiotica è una disciplina inesistente, accusi gli altri e il mondo che lo circonda di cattiverie e giudizi negativi. Non voglio usare una classificazione psichiatrica per definire questo modo di argomentare per non sentirmi dire che è una classificazione non falsificabile e quindi non valida.

La disciplina che si basa sull'occhio clinico, cioè sulla sensibilità e sulla esperienza, sulla capacità di empatia e di ascolto, non esiste, ci dice l’autore. Macchè, la gente infatti va a farsi curare da un novizio con un manuale davanti a sé ben in vista sullo schermo di un pc, non da chi lo ascolta e ne capisce le ragioni della sofferenza. Che miseria leggere che ascolto, empatia, occhio clinico è tutta roba scimmiottata su argomentazioni vuote di autori farlocchi come Charles Sander Peirce o Charles Morris, quello che parla delle comunicazioni non verbali. Tutte fesserie, secondo il nostro.

I filosofi di oggi sono eterogenei e le idee che circolano sono tanto varie quanto confuse tipo, il femminismo, l’ambientalismo, l’animalismo. Sono la dimostrazione dell'eterna persistenza ad essere idioti.

A proposito di non giudicare e non condannare.

Ma occorre lavorare per conoscere; conoscere per sopravvivere, non conoscere per conoscere o per scoprire disegni di chissà chi, disegni che non ci sono (lui lo sa bene che non ci sono). Ma conoscere per migliorare l'esistenza concreta degli uomini. Un pragmatismo a orizzonti brevi, il suo, molto legato all'io.

Per un autore che spiega che l'io non esiste, perché non supera il principio di falsificabilità di Popper, o che se esiste è fumisteria per menti deperite, sembra perlomeno curioso.

Spero che da questa lettura tu abbia concluso che l’empatia, l’ascolto, l’umiltà sono molto importanti e che si possono imparare, perché sono tecnica. Chcchè ne dica il nostro.

(citazioni: www.umbertonizzoli.it)