Coriolano di W. Shakespeare. Sul narcisismo, la politica, il potere
di Umberto Nizzoli
Una sontuosa relazione di Gabriella Ripa di Meana ha presentato Coriolano di Shakespeare nell’incontro del gruppo Schegge che si riunisce a casa sua e di Massimo Cuzzolaro due volte l’anno a Campiglia. Seguo la sua esposizione e espongo quanto ha suscitato in me la scoperta di un testo prima ignoto.
Il parallelismo con quel di cui i occupo è naturale: la "smodatezza di verità" di Coriolano, il controllo autarchico sul corpo e l'abbraccio mortale con l'Origine (la madre, Volumnia) riflettono la struttura dell'anoressia come "malattia del significato e del controllo" come
la descrivo. [3, 4]
Coriolano siamo noi: il narcisismo, la madre e il vicolo cieco dell'Origine
A che serve parlare di Coriolano e, in particolare, del Coriolano di William Shakespeare?
Gabriella Ripa di Meana introducendo il seminario su Coriolano all’interno del percorso di Schegge spiega: nei nostri ultimi incontri siamo passati attraverso i pensieri sull'amore materno, sul modo in cui ci spieghiamo i soldati, e ci siamo incrociati più volte sul tema della guerra. Qualche seminario fa, pensando alla vecchiaia, abbiamo evocato il grande Re Lear. Ecco, questo nodo profondo tra la madre, la guerra e Shakespeare è il motivo per cui ho voluto proporvi questo testo maestoso e strano.
È un testo strano perché, tra tutte le tragedie shakespeariane, è quella che ha ricevuto più critiche in merito al protagonista, continua Gabriella. Caio Marzio è sempre stato percepito come un personaggio antipatico, fondamentalmente sgradevole, superbo e arrogante. Ma dal mio punto di vista, questo personaggio incarna l'essenza stessa dell'umano. È l'essenza di un sintomo attraversato da contraddizioni, da antieroiche rigidità, dalle oscurità che ci abitano.
Coriolano sono io. Sei tu. Ognuno di noi è Coriolano.
Forse la scrittrice Cristina Campo lo avrebbe annoverato tra gli "imperdonabili": coloro che – scrittori, poeti, mistici o visionari – hanno scelto una fedeltà assoluta e intransigente alle proprie educazioni e alla propria vocazione, rifiutando ogni compromesso con il mondo, con la moralità comune e con la cultura di massa. Come scriveva Ezra Pound: "Venite mie canzoni, parliamo di perfezione: ci renderemo passabilmente odiosi".
In effetti, Coriolano è passabilmente odioso.
Entra in scena nella perfezione di un condottiero che non conosce sconfitta, grondante di ferite vecchie, nuove e future, quasi fosse Marte in persona. E irrompe nel primo atto, mentre i cittadini di Roma protestano contro le vessazioni alimentari dei patrizi, scagliando parole piene di disprezzo:
"Che cosa c’è, sentina di Roma, che a forza di grattarvi il miserabile prurito delle vostre opinioni vi siete fatti la rogna? Cosa vorreste, cani, che non amate nella pace né nella guerra? L'una vi spaventa, l'altra vi fa insolenti".
Sembra che Caio Marzio riesca a misurarsi con l'altro solo attraverso il disprezzo, proiettandovi immediatamente il proprio animo oscuro e ripudiato. Ma chi vede lui in quella collettività che protesta e domanda? Chi vede, se non se stesso, inchiodato al successo e alla pressione costante di dover ritornare glorioso e insanguinato dalla battaglia?
La diagnosi del narcisismo: Prova contro Stato
Per capire il punto cieco di questo protagonista, che fa così tanta fatica a convivere con se stesso, dobbiamo rileggere l'incipit di Sigmund Freud in Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921): nella vita psichica del singolo, l'altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore o come nemico. La psicologia individuale è, fin dall'inizio, psicologia sociale. Tutte le relazioni possono essere considerate alla stregua di fenomeni sociali, contrapposti a quei processi definiti narcisistici, nei quali il soddisfacimento delle pulsioni evita l'influsso di altre persone.
Qui mi avvalgo di un'interessante distinzione del saggio Dans la main de Shakespeare dello psicanalista francese Gérard Haddad (che ha dedicato vent'anni della sua vita a fare seminari su questo autore): il narcisismo è una prova, non uno stato.
- Il narcisismo come "prova" (non patologico): quando riusciamo ad affrontare la nostra immagine senza ignorare lo sguardo dell'altro, ma senza sentirci ridotti a esso. Quando riusciamo a sostenere le vicissitudini dello specchio, accettando che la nostra immagine ci arrivi diversa, scomoda o imprevista, senza per questo finire a pezzi. La prova narcisistica consiste nel tollerare, anzi nell'auspicare, un sostegno che passi attraverso l'altro.
- Coriolano, invece, si aggrappa a uno "stato" narcisistico: per lui la prova dell'alterità è impossibile perché vi rischierebbe il suo stesso essere. Questo non ha nulla a che fare con l'amore di sé, anzi, è il suo contrario: lui non ha gli strumenti per amarsi, ha solo una profonda paura dell'altro. Ed è per questo che si faceva detestare.
La figura di Coriolano si presta a una lettura clinica che ricalca i concetti espressi da Umberto Nizzoli sui disturbi del comportamento alimentare e sulle dipendenze, interpretati come forme di autarchia e ricerca di una spiritualità laica. Nell'approccio di Nizzoli, l'isolamento del sintomo e il rifiuto della relazione impediscono il patto terapeutico, sancendo il fallimento della cura. Per approfondire questi temi, visita Umberto Nizzoli.
Il ponte clinico: Coriolano e la "malattia del controllo"
Se portiamo questa dinamica sul terreno della clinica contemporanea, il profilo di Caio Marzio si sovrappone in modo impressionante ai temi cardine del mio lavoro sui disturbi del comportamento alimentare. Nizzoli definisce l'anoressia nervosa non come un mero problema con il cibo, ma come una vera e propri "malattia del significato e del controllo". [1, 2, 3]
Coriolano opera sul proprio essere la stessa spietata riduzione che la paziente anoressica o il paziente affetto da vigoressia operano sul proprio corpo: [4, 5]
- L'autarchia affettiva come difesa: Il rifiuto di scendere a patti con i bisogni materiali della plebe rompe il "patto di fiducia familiare e sociale", sostituendolo con un'illusione di onnipotenza e grandiosità narcisistica. [4]
- La smodatezza di verità come anestesia: L'ostentazione del proprio corpo corazzato e ferito diventa l'unico elemento strutturante dell'Io. Esattamente come nella clinica dei DCA descritta nei miei testi, il controllo inflessibile serve a negare la vulnerabilità relazionale e a silenziare l'angoscia da annichilimento. [2, 4, 6]
Volumnia e l'impossibilità di nascere
Il legame con il popolo è reciprocamente imbarbarito da dipendenza e disprezzo. Eppure, nella terza scena del primo atto, incontriamo Volumnia: la spina dorsale di Caio Marzio, il cuore stesso della sua insopportabile identità. La moglie Virgilia appare come una creatura servente, marginale e senza parole; questo perché Marzio accetta che il silenzio venga rotto solo da chi lo ha generato. Riceve parole solo in forma di ordini.
Volumnia lo investe fin da bambino solo in funzione della gloria e della ferita, preferendo immolare l'identità del figlio sull'altare della guerra. Qui ritroviamo la matrice traumatica indagata in miei altri testi: una ferita narcisistica precoce radicata nell'asse madre-figlio, dove l'identità del ragazzo viene interamente sussunta dall'ambizione e dal controllo materno, impedendo l'integrazione di un Sé adulto e autonomo. [4]
La vera tragedia di Coriolano, spiega Gabriella, è che egli non può tradire la madre, si trova fuso con lei. Il titolo stesso di "Coriolano", ricevuto dopo la vittoria contro i Volsci, gli viene dato dalla guerra, che è l'estensione del corpo materno. L'opera racconta il cammino di una nascita impossibile, di un tono di vita mai differenziato, di un invischiamento in un debito inestinguibile. E questo parla drammaticamente al nostro oggi: oggi assistiamo a quanti, schiacciati tra la propria origine e le proprie pressioni, oppressi dal culto di un'origine immutabile, finiscono per lasciare campo libero alle più feroci pulsioni di morte.
Quando Caio Marzio fugge da Roma e si allea con il suo speculare nemico Tullio Aufidio ("odio dell'anima mia, lo chiamo quanto amore c'è"), sembra tentare una deviazione. Ma sotto le mura di Roma, Volumnia aziona il ricatto stregato del corpo materno:
"Non muoverai all'assalto della tua città prima di aver calpestato questo ventre che ti mise al mondo. Non c'è uomo al mondo che debba di più a sua madre".
È questo ulteriore annichilimento, spiega Gabriella nella sua carismatica presentazione, a dare piena soddisfazione alla madre, costando a lui la vita.
Di fronte alla scissione, Coriolano cede con un grido straziante: "Oh madre mia, hai ottenuto una felice vittoria per Roma, ma quanto a tuo figlio, credilo, lo esponi a un rischio mortale". Volumnia ha voluto sussumerlo in sé fino a farlo scomparire. Ci è riuscita.
La scissione del soggetto sintomatico
Continua Gabriella: mentre i patrizi, i senatori e i Tribuni si mostrano al mondo come blocchi compatti, capaci di cambiare opinione secondo il vento senza conflitto, senza dolore e soprattutto senza vergogna, Coriolano non è normale. È un soggetto sintomatico. È radicalmente diviso, marmoreo fuori ma spaccato dentro. Inciampa continuamente nelle aporie della sua intimità, confessa di invidiare il valore di Aufidio e di voler essere lui, e grida: "La mia anima soffre".
Come sosteneva il critico Agostino Lombardo, in Shakespeare la storia romana è letta come espressione di un destino che accomuna gli uomini al di l'à del tempo e dello spazio, mostrando la sostanza di ciò che la cultura occidentale definisce tragedia: la rappresentazione dell'essere umano alle prese con la morte.
E se è vero, come ho scritto in altri testi e in particolare nelle linee guida sui trattamenti multidisciplinari, che "non guarisce il protocollo, guarisce la relazione", Coriolano muore precisamente perché privo di uno spazio relazionale autentico, intrappolato in un monologo autarchico. Coriolano è la tavolozza di quei conflitti umani che oggi, come in ogni tempo, ci lacerano. Mentre tutto ci spinge a sentirci soffocati nella tragica dicotomia tra vita e morte, una sorta di "madre occulta" incombe su di noi per proteggerci dalla nostra diversità – che si chiami fanatismo, potere, nazionalismo o paura.
Guardare dentro le rudi trame di questo testo significa chiederci, una volta di più, quanto sia profondamente umana la nostra disumana fragilità. [3, 7]
Ci sono tuttavia straordinarie annotazioni puntiformi che ampliano il campo in modo decisivo, costringendoci ad assumere lo sguardo degli altri attori della tragedia. Non siamo più schiacciati sul solo asse monolitico Coriolano-Volumnia.
Il rischio dell'esplosione degli stati dell'umano provoca un'iride che si disperde nella complessità se non trova una posizione metacognitiva stabile. Per evitare questo naufragio teorico, la chiave di volta risiede nell'inquadrare ciascuna delle varie posizioni all'interno dei modelli clinici della psicopatologia dello sviluppo e delle relazioni di gruppo.
Dobbiamo guardare la tragedia abbandonando per un attimo il punto di vista egemonico di Coriolano e della madre, per fare spazio agli altri attori che abitano la scena.
Assumere questi sguardi periferici ci permette di trovare la giusta distanza clinica, connettendo il dramma shakespeariano con la psicopatologia dei legami sociali e dello sviluppo relazionale.MANIFESTO per un approccio Psicopatologico al funzionamento della Mente
1. I Tribuni: la manipolazione del bisogno e l'anticipazione delle Fake News
I tribuni della plebe sono l'equivalente moderno dei segretari di partito o dei moderni spin doctor. Sono infidi manipolatori delle folle. Essi anticipano in modo sbalorditivo la logica contemporanea delle fake news: non leggono la realtà, ma introducono paure, desideri e bisogni artificiali nel corpo sociale per orientarne l'azione.
Scavando nella clinica delle istituzioni che mi è cara, il tribuno rappresenta l'istanza che perverte il "patto di fiducia familiare e sociale". Manipolando il significato del bisogno primario (la fame, la richiesta di grano), i tribuni negano alla plebe la possibilità di un'autentica emancipazione, trasformando la protesta in uno strumento del proprio narcisismo di potere.
2. Il Popolo non omologato: il Leader Informale
Shakespeare compie un'operazione straordinaria: rifiuta la massificazione del popolo. All'interno della plebe non c'è un blocco indistinto, ma una precisa gerarchia di ascendenza. Lo si vede chiaramente nelle dinamiche di gruppo: emerge un capopopolo spontaneo, un leader informale.
Questi soggetti esprimono e guidano i bisogni reali, funzionando come un sindacato moderno. Nella psicologia dei gruppi e delle addiction che ho più volte analizzato, il leader informale è colui che tenta di dare una struttura e una "parola autentica" al malessere collettivo, opponendosi alla deriva destrutturante e caotica della massa indifferenziata.
3. L'insulto antisociale: Coriolano e il "Genocidio dell'Identità"
Quando Caio Marzio definisce il popolo come un pezzo di …fango, insignificante e inutile, usa quanto di più deteriore e mefitico possa uscire da bocca umana. Se assumiamo il punto di vista del popolo, questo maltrattamento è un'offesa di schiavismo così brutale da invocare per pura empatia la nostra simpatia. Non serve scomodare i diritti dell'uomo per cogliere la natura profondamente antisociale e distruttiva di questo linguaggio.
Dal punto di vista della psicopatologia clinica e forense, l'atteggiamento di Coriolano configura l'espressione più deteriore del genocidio psichico: la distruzione sistematica dell'identità dei soggetti. Negando all'altro lo statuto di essere umano, Coriolano tenta di cancellarne l'alterità per preservare la propria illusione di autarchia.
4. Virgilia e il bacio simbiotico: la rinuncia erotica alla protervia
Un momento di sconvolgente intensità si consuma nell'incontro con la moglie, Virgilia. Essa offre la propria sessualità e la propria presenza intima, provocando una partecipazione intensa in Coriolano. C'è un attimo specifico in cui l'erotismo sembra prendere il sopravvento: l'eroe rinuncia alla propria protervia, avvolto e al contempo artefice di un bacio simbiotico.
Questa fase specifica rappresenta la fusione erotica con l'altro. È l'unico momento in cui l'armatura autarchica di Coriolano si incrina. Nei miei testi sulla sessualità e sulle "malattie del controllo" (come l'anoressia nervosa), il rifiuto del piacere e della vulnerabilità intima serve a mantenere integro un Io fragile. Quel bacio simbiotico è il tentativo provvidenziale – e purtroppo fugace – di abbandonare il monologo autarchico per accedere alla salvezza della relazione.
5. Il Figlio Piccolo: lo strumento e l'ombra del trauma transgenerazionale
Infine, il bambino. Il figlio piccolo viene utilizzato dalla famiglia e dal potere come uno strumento di imbonimento sociale. Ma il piccolo vive a sua volta un processo di distanziamento e paura: non a caso, sulla scena si posiziona costantemente alle spalle della madre.
Questo dettaglio visivo e clinico anticipa esattamente ciò che è successo a Coriolano: l'essere destinato a rimanere un'ombra della madre. È la trasmissione transgenerazionale del trauma e del controllo indagata altrove sull'infanzia e sulla genitorialità faticosa. Il bambino eredita la stessa condanna del padre: l'impossibilità di compiere il trauma della separazione dall'Origine.
La necessità della posizione metacognitiva
Queste notazioni puntiformi allargano il campo e dimostrano quanto la tragedia shakespeariana sia densa di riflessioni sterminate. Ma ci ricordano anche il nostro compito clinico: focalizzare anticipatamente l'oggetto da cui vogliamo irrorare la coscienza.Il Corpo, l'Arte e la Cura: Oltre il Dogma della Scienza Quantitativa dal libro Viaggio sopra le Prigioni NEP edizioni
Senza una cornice teorica rigorosa e un approccio multidisciplinare integrato, rischiamo di subire l'esplosione degli stati umani anziché comprenderli. Coriolano ci avverte: solo trovando una posizione metacognitiva possiamo leggere la complessità senza diventarne una parte cieca e dolente.
Bibliografia
- Campo, C. Gli imperdonabili. Adelphi.
- Freud, S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell'Io. Opere Garzanti.
- Haddad, G. Dans la main de Shakespeare: Le complexe de Coriolan. Premier Parallèle.
- Nizzoli, U. (2004). Valutazione ed efficacia dei trattamenti dei disturbi del comportamento alimentare. Piccin.
- Nizzoli, U. (2023). Approccio multidisciplinare integrato ai Disturbi Alimentari. In Comi C., Monzani E. (a cura di), Disturbi Alimentari, FrancoAngeli.
- Shakespeare, W. Coriolano. Traduzione e cura di Agostino Lombardo, Garzanti. [6, 8]
Citazione: puoi estrarre gli articoli liberamente citando www.umbertonizzoli.it
Umberto Nizzoli è Psicologo clinico e specialista in Psicoterapia. Già direttore Dipartimento aziendale salute mentale e dipendenze patologiche, Azienda Sanitaria di Reggio Emilia. Ha insegnato nelle università di Modena (Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile), Padova (Psicologia), Bologna, (Scienze dell'Educazione). Ha diretto i Master sui Dca Regione Emilia-Romagna e Unitelma Sapienza. E' stato presidente europeo di ERIT, Federazione europea operatori tossicodipendenze, e di AED, Academy for Eating Disorders, e presidente Sisdca, società italiana per lo studio dei Dca.
Attualmente insegna Psicobiologia del comportamento umano alla Università Salesiana-IPU. E' presidente Aepea-sezione Italia (società di Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza).
E' iscritto all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, N. 0560
