Le malattie fisiche e mentali si distribuiscono in modo diseguale tra le persone e i gruppi sociali. Si potrebbe prevenire questa ineguaglianza?

 

Sono temi che mi è capitato di rilevare in varie circostanze. Quando visitando il Canada mi mostrarono la differenza di attesa di vita tra i residenti di una zona e quelli di un’altra rimasi sconcertato: erano differenze molto significative, essere discendenti e vivere nelle zone che furono dei primi coloni dava un vantaggio consistente, di oltre dieci anni, in termini di attesa di vita. Eppure gli uni, i ricchi e colti, e i poveri immigrati vivevano nella stessa città.

Ora esce un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che evidenzia una differenza di 33 anni nell'aspettativa di vita tra i paesi

ad alto e quelli a medio/basso reddito  (World Health Organization. World report on social determinants of health equity. Accessed November 6, 2025). 33 anni di differenza!

Il rapporto segnala che anche nei paesi ad alto reddito si riscontrano perdite di anni di vita, ma sono minori seppure sempre significative. La presenza di malattie mentali aumenta il rischio di mortalità in generale, soprattutto nei pazienti con patologie croniche multiple. Prevenire e curare le malattie mentali, insieme all'affrontare le determinanti sociali, può ridurre le disuguaglianze sanitarie, le minori opportunità di vita e la mortalità. Parallelamente, fattori commerciali e politici richiedono politiche e pratiche preventive.

Svantaggi strutturali e una maggiore esposizione a fattori di rischio nel corso della vita si riscontrano nelle popolazioni più emarginate.

Concettualmente richiederebbero una assistenza più intensiva. Ma si può? Ci sono i mezzi? O ognuno è lasciato al suo destino?

Tanto per capire, la OMS ci dice che le minoranze razziali ed etniche e i migranti presentano una maggiore incidenza di disturbi psichici. Spesso sono la conseguenza di influenze ambientali teoricamente modificabili.

Spesso tra gli immigrati vi è chi ha vissuto guerre, persecuzioni ed eventi traumatici. Le avversità nel corso della vita, la povertà, la discriminazione, lo stigma, l'emarginazione e l'esclusione aumentano i rischi futuri di molteplici patologie croniche sia fisiche che malattie mentali.

Quando ci sono quelle condizioni la mortalità prematura aumenta.

Chiaro che servirebbe la prevenzione. Da molti anni lo si dice, eppure sono stati compiuti pochi progressi; mancano le risorse e quelle che ci sono vengono utilizzate per le cure di emergenza piuttosto che per la prevenzione.

Eppure si sa che la prevenzione per la salute mentale funziona. Ad esempio migliorare l'alimentazione, sviluppare l'attività fisica, ridurre il consumo di tabacco oppure intercettare il bullismo danno condizioni migliori.

Si potrebbe anche contenere l’espandersi delle demenze o della depressione correlata a traumi e avversità o i rischi derivanti dalla malattia mentale dei genitori.

Si ritiene che una efficace prevenzione universale potrebbe ridurre dal 40% al 50% il tasso di malattia mentale.

Un gruppo di ricercatori (Bhui K, Mooney R. Preventive Global Mental Health—A Balance of Policies and Practices, apparso in JAMA Psychiatry il 10.12.2025. ) propone strategie molteplici finalizzate a questo scopo. Anziché intervenire su singoli puntano a approcci preventivi a lungo termine, culturalmente adattati, ecosociali che tengano conto dei sistemi complessi. Ad esempio in Pakistan hanno offerto una terapia cognitivo-comportamentale semplificata e adattata culturalmente. Hanno riscontrato una riduzione del 50% della depressione perinatale. Lo dice un articolo di Rahman  A, e altri,  Cognitive behaviour therapy-based intervention by community health workers for mothers with depression and their infants in rural Pakistan: a cluster-randomised controlled trial, apparso sulla prestigiosa rivista Lancet.

I campi su cui agire sono tanti. Eppure la ricerca scientifica vi dedica poca attenzione. E le azioni scarseggiano. Questo vale a livello globale e anche nei paesi ad alto reddito.

I ​​contesti geopolitici determinano avversità e svantaggi strutturali, ad esempio nelle aree urbane, rurali e costiere, nonché nel Nord e nel Sud del mondo, nei teatri di guerra. Gli atteggiamenti specifici di ogni paese nei confronti delle malattie mentali e dello stigma determinano la priorità di spesa.

Se si vuole correggere questa palese ingiustizia, bisognerebbe sostenere la partecipazione diretta dei gruppi vulnerabili. E’ vero che oggi ci si collega facilmente in rete, ma la co-progettazione e la costruzione della fiducia, sì della fiducia perché se noi li emarginiamo, loro si autoemarginano proteggendosi, sono incomplete senza conversazioni personali faccia a faccia.

Bisognerebbe avere persone competenti che vanno ad incontrare le minoranze vulnerabili non in sedi istituzionali o formali. Ci vuole ascolto e spazio per facilitare i racconti dei traumi. Specie per le persone con gravi carenze di alfabetizzazione o colpite da disturbi del pensiero o della condotta. Gli odi e le povertà sparse dalle guerre complicano la possibilità di agire. Ma speriamo!

(citazione: www.umbertonizzoli.it)

nizzoli foto 3Umberto Nizzoli è Psicologo clinico e specialista in Psicoterapia. Già direttore Dipartimento aziendale salute mentale e dipendenze patologiche, Azienda Sanitaria di Reggio Emilia. Ha insegnato nelle università di Modena (Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile), Padova (Psicologia), Bologna, (Scienze dell'Educazione). Ha diretto i Master sui Dca Regione Emilia-Romagna e Unitelma Sapienza. E' stato presidente europeo di
ERIT, Federazione europea operatori tossicodipendenze, e di AED, Academy for Eating Disorders, e presidente Sisdca, società italiana per lo studio dei Dca. Attualmente insegna Psicobiologia del comportamento umano alla Università Salesiana-IPU. E' presidente Aepea-sezione Italia (società di Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza). E' iscritto all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, N. 0560