Oltre la mente e il corpo: perché dobbiamo introdurre la "Salute Sociale" nei servizi di cura
A cura di Umberto Nizzoli
Il recupero clinico di patologie severe come la schizofrenia, il disturbo bipolare o la depressione maggiore non può limitarsi al controllo dei sintomi. Senza un adeguato inserimento relazionale e lavorativo, la cura resta a metà.
Le malattie mentali più gravi pongono pesi sostanziosi sulle spalle dei pazienti e dei loro familiari. Hanno conseguenze a lungo termine che intaccano l'educazione, il lavoro, i legami e, globalmente, la qualità della vita. Spesso le cure mediche mirano alla prevenzione delle ricadute, ma faticano a incidere sulle performance sociali. Il risultato? Le persone con questi disturbi scivolano ai
margini, occupando posizioni professionali secondarie o precarie.
Tuttavia, la ricerca scientifica dimostra che incrementare le performance sociali di queste persone è possibile. Per farlo, serve superare la storica separazione tra servizi e introdurre una terza dimensione fondamentale: la salute sociale.
Sommario
- Il modello bio-psico-sociale: la contraddizione tra teoria e pratica
- La storia del nostro territorio: la lezione dei Consorzi Sociosanitari
- Che cos'è, concretamente, la salute sociale?
- Gestione e multidisciplinarietà: aprire il welfare al territorio
- Conclusioni: utopia retrò o necessità economica?
1. Il modello bio-psico-sociale: la contraddizione tra teoria e pratica
Nel panorama scientifico attuale viviamo una profonda contraddizione. Da un lato, l'approccio bio-psico-sociale è largamente accettato dalla letteratura internazionale. È ampiamente dimostrato che l'esclusione sociale, la povertà, la disoccupazione e l'abitazione precaria ricadono negativamente sulle condizioni fisiche e psichiche delle persone.
Dall'altro lato, la pratica clinica quotidiana rimane spesso trincerata sul singolo sintomo.
La salute mentale è una costruzione che si sviluppa progressivamente, stimolando le nostre basi genetiche attraverso le relazioni in cui siamo immersi. Senza un supporto relazionale forte, le condizioni fisiche e mentali peggiorano e le possibilità di recupero – anche davanti a specialisti accreditati – diventano scarse.
🔗 Il legame con il contesto: Questa frammentazione è ciò che l'Organizzazione Mondiale della Sanità descrive come l'impatto negativo delle SDoH. L'esclusione e la vulnerabilità economica non sono dettagli di sfondo, ma veri fattori predisponenti di malattia. Ne ho approfondito i dati globali nel mio saggio sui [Determinanti Sociali di Salute (SDoH)].salute mentale: preoccupazioni e speranze
2. La storia del nostro territorio reggiano: la lezione dei Consorzi Sociosanitari
Per trovare una soluzione non dobbiamo necessariamente inventare modelli nuovi, ma possiamo riscoprire le energie migliori della nostra storia locale. A metà degli anni '70, il nostro territorio ebbe l'intuizione pionieristica di creare i Consorzi Sociosanitari.
Quella straordinaria trasformazione fu guidata da una figura carismatica e trainante: Livio Montanari, assessore alla Sanità del Comune di Reggio Emilia. Sotto la sua spinta, l'attività medica, quella psichica e l'azione sociale operavano congiuntamente, prendendosi carico del cittadino nella sua interezza.
Successivamente, ragioni di carattere giuridico ed economico hanno portato all'abbandono di quell'esperienza, separando nettamente la sanità dall'attività sociale. Oggi, alla luce delle nuove crisi del welfare, quel modello integrato va urgentemente ripensato.
3. Che cos'è, concretamente, la salute sociale?
Inserire la salute sociale nei piani assistenziali e nei momenti di diagnosi significa valutare indicatori precisi, che attraversano le competenze, le relazioni e la cognizione sociale dell'individuo. La salute sociale si può misurare analizzando:
- Il numero e la qualità delle relazioni che nutriamo e che ci nutrono.
- La percezione di vicinanza e di sicurezza nel proprio vicinato.
- Il livello di soddisfazione nell'abitare e l'inserimento nel mondo del lavoro.
Una buona socialità comporta un migliore stato biopsichico complessivo. Integrare questo terzo elemento migliora la vita dei pazienti, solleva i familiari e rappresenta un vantaggio per l'intera collettività, che recupera preziose risorse umane ed economiche.
4. Gestione e multidisciplinarietà: aprire il welfare al territorio
Ripensare il welfare richiede una profonda evoluzione nella gestione del team multidisciplinare. L'equipe di cura non può più essere composta solo da figure sanitarie, ma deve includere stabilmente:
- Operatori sociali e assistenti territoriali.
- Educatori di varia specie.
- Agenzie formative, scuole e reti di quartiere.
- Expert by experience, cioè volontari competenti e formati.
Il territorio deve farsi carico delle problematiche dei singoli e delle loro relazioni. Dobbiamo aiutare i professionisti della cura a uscire dall'isolamento istituzionale, costruendo ponti stabili tra ASL, ospedali e privato sociale.
🔗 L'impatto dello stile di vita attuale: Gestire questa complessità oggi è più difficile rispetto agli anni '70. Come evidenziato anche nelle riflessioni di [Byung-Chul Han sulla crisi della narrazione],La crisi della narrazione: così lo smartphone distrugge il senso e isola l'individuo l'attuale stile di vita dominante incentrato sulla performance isola gli individui e distrugge il senso di comunità, rendendo i pazienti ancora più vulnerabili.
5. Conclusioni: utopia retrò o necessità economica?
Sostenere una visione unitaria bio-psico-sociale in un mondo iper-competitivo e individualista può sembrare utopico o nostalgico. La breve e tragica stagione del Covid-19 sembrava aver reintrodotto lo spirito del "non ci si salva da soli", ma oggi quell'impulso comunitario appare dissolto.
Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze del fallimento di questa visione. Non integrare il sociale comporta un aumento della frattura sociale, un aggravamento delle malattie mentali e un appesantimento dei costi emotivi ed economici per le famiglie e per la collettività.
Se vogliamo invertire la rotta e ricostruire network di coesione capaci di generare capitale sociale, dobbiamo ripartire da qui. Quanto meno, iniziamo a parlarne.
Pensi che l'integrazione tra sanità e servizi sociali sia ancora possibile nel contesto attuale? Lasciami il tuo commento, scrivimi.
Citazione: puoi estrarre gli articoli liberamente citando www.umbertonizzoli.it
Umberto Nizzoli è Psicologo clinico e specialista in Psicoterapia. Già direttore Dipartimento aziendale salute mentale e dipendenze patologiche, Azienda Sanitaria di Reggio Emilia. Ha insegnato nelle università di Modena (Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile), Padova (Psicologia), Bologna, (Scienze dell'Educazione). Ha diretto i Master sui Dca Regione Emilia-Romagna e Unitelma Sapienza. E' stato presidente europeo di ERIT, Federazione europea operatori tossicodipendenze, e di AED, Academy for Eating Disorders, e presidente Sisdca, società italiana per lo studio dei Dca.
Attualmente insegna Psicobiologia del comportamento umano alla Università Salesiana-IPU. E' presidente Aepea-sezione Italia (società di Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza).
E' iscritto all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, N. 0560
